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Marocco: Alto Atlante e Deserto

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Poter camminare a piedi nudi sulla morbida sabbia del Sahara e contemplare il sorgere del sole dall’alto di una duna era uno dei miei sogni da sempre. Un sogno che ho realizzato ormai più di un anno fa e di cui ancora non vi ho parlato.
Perché ci sono viaggi che al ritorno non vedo l’ora di raccontare e di cui non vedo l’ora di scrivere. Ed altri, invece, che ho bisogno di tenere dentro di me e coccolare un po’, prima di condividerli. Il mio viaggio in Marocco fa parte di quest’ultima categoria ma credo sia giunto il momento di mettere insieme le pagine del mio diario e i miei appunti di viaggio e cominciare a raccontarvelo.

Il Marocco, dal punto di vista morfologico, è uno dei paesi più variegati dell’Africa. Nel giro di ventiquattro ore è possibile tuffarsi nelle acque dell’Atlantico e fare un’escursione nel deserto a dorso di un dromedario. Racchiudere il mio intero viaggio in un unico post sarebbe complicato, ed ho paura che possa risultare un po’ noioso così ho deciso di dividerlo in tre parti.

L’itinerario che vi propongo oggi è quello che, rispetto agli altri, è entrato nel mio cuore più’ in profondità, la strada che lentamente ci ha portato, attraverso paesaggi mozzafiato, al cospetto del grande deserto del Sahara.

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Marrakech delle Meraviglie

La caotica Piazza Jemaâ El Fnaa è il punto di partenza del nostro itinerario. Con i suoi incantatori di serpenti, i giocolieri e i mercanti che sembrano usciti dalle fiabe de le Mille e una Notte.

Ricordo perfettamente le parole di chi, prima di partire, mi raccontava di quanto Marrakech fosse una città piacevole e affascinante da visitare: “Vedrai, te ne innamorerai, Marrakech è magica! Un posto da sogno!”

Marrakech un posto da sogno?? E’ uno scherzo, vero? Marrakech è una città sulla quale avevo riposto numerose aspettative ma per me è un incubo e anche dei peggiori. Sarà che i posti troppo affollati mi danno le vertigini, sarà che ovunque io mi giri c’è qualcuno che vuole vendermi qualcosa o attorcigliarmi al collo un lungo serpente, con arroganza e insistenza, oppure la costante e fastidiosa sensazione che dietro qualsiasi angolo si nasconda una fregatura. Per non parlare della Medina, sporca, puzzolente, gli animali denutriti e maltrattati, i miliardi di motorini!

Dopo un rapido giro attraverso le incantate vie del Souk, sempre ad occhi bassi, per paura che qualcuno si convinca che siamo interessati a qualche sua chincaglieria – e poi non ce lo leviamo più di torno – ci rifugiamo ai Jardin Majorelle, per trovare un po’ di pace ma non prima di aver visitato la Moschea Kutubiyya e il moresco Palazzo Reale (voce alla Fantozzi) con foto di rito accanto ai mosaici colorati. Ma di Marrakech vi parlerò meglio nella SECONDA PARTE.

Palazzo El Bahia

Dalle vette più alte del Marocco allo Ksar di Lawrence d’Arabia

Finalmente. Via da quel girone dantesco. A tutto gas verso la prossima destinazione.

A poco più di due ore di auto dalla caotica città e ad un passo dal cielo raggiungiamo il Tizi n’Tichka. Il passo del Tizi n’Tichka non è il punto più alto del Marocco, come ho letto da molte parti. Il primato spetta al Jbel Toubkal, che è la vetta più alta, ma anche il Tizi n’Tichka con i suoi 2.260 metri fa la sua sporca figura. Non avrei mai pensato che potesse esistere un passo alpino in Marocco. C’è sempre da imparare…

Passo del Tizi n’ Tichka

Il percorso per raggiungerlo è straordinario ed è l’unico che permette di arrivare ad Ouarzazate da Marrakech. Dopo innumerevoli curve a radicchio, che hanno messo a dura prova il mio stomaco, i paesaggi che si susseguono e cambiano a vista d’occhio e l’innumerevole varietà di colori della catena montuosa dell’Alto Atlante raggiungiamo il valico. Qui, ovviamente, non c’è molto da vedere o da fare se non la possibilità di riprendere fiato. Oppure perderlo.

Valico del Tizi’n Tichka

La pianura è ancora lontana, ma appena iniziamo la discesa, come un miraggio, ci appare la Kasbah di Telouet. Non ci lasciamo ingannare dal suo aspetto esteriore, dicono che l’interno valga la pena di essere visitato, quindi decidiamo di fermarci.

Costruita dal terribile pascià Thami El Glaoui in una posizione strategica sulla rotta delle carovane mercantili e in prossimità di numerose miniere di sale, alcune delle quali ancora visitabili, fu abbandonata nel 1953 quando Glaoui fu spodestato dal Movimento per l’Indipendenza del Marocco. 

Telouet Kasbah
Telouet Kasbah
Miniere di Sale Vicino a Telouet
Miniere di Sale Vicino a Telouet

La sensazione di trovarsi di fronte ad un edificio abbandonato a se stesso è indiscutibile mentre percorriamo il corridoio d’ingresso dai muri nudi e mentre saliamo le scale trascurate. Ma una volta raggiunto il cuore dell’edificio, rappresentato dalla sala delle udienze, con i suoi splendidi mosaici e le sculture in legno che adornano le pareti, non ci risulta così difficile immaginare la ricchezza che doveva avere un tempo. E poi la vista da qui è incredibile!

Riprendiamo il viaggio verso lo Ksar di Ait BenHaddou, un vero gioiello architettonico, una delle città fortificate più celebri del Marocco, Patrimonio dell’Unesco e set di molti film. Quali? Lawrence d’Arabia, Il Gladiatore, La Mummia e anche L’Ultima tentazione di Cristo, per dirne alcuni!

Kasbah Ait Benhaddou

Da lontano ci appare come un grosso castello di sabbia rossa e mentre saliamo i numerosi gradini per raggiungere il punto più alto, passando davanti a decine di negozi di artisti e souvenir, ci sembra  quasi impossibile che qui possano vivere ancora delle persone. Le famiglie residenti sono poco più di una decina e fanno a gara per mostrarci le loro abitazioni, ovviamente dietro un piccolo compenso.

Un ragazzo, seduto come un grosso falco davanti alla sua bottega, mi chiama e indicando l’anello in argento che porto al dito, mi chiede se sono disposta a barattarlo con un oggetto della sua collezione. “No, grazie. Questo è un ricordo a cui tengo molto”. Poco più avanti un signore anziano vuole barattare i miei occhiali da sole con un paio di pantaloni alla turca. Se lo avessi saputo avrei portata la valigia con me e mi sarei rifatta un nuovo guardaroba barattando i miei vestiti usati.

Arrivati sulla sommità, dove si trovano le rovine di un granaio, la vista che si spalanca ai nostri occhi ha dell’incredibile ed è più facile vedere quali siano le vere dimensioni di questo luogo!

Tra  palmeti e tradizioni berbere passando per la scenografica Ouarzazate e la Valle del Dades

Planiamo velocemente su Ouarzazate, un semplice ricovero per carovane nel bel mezzo del nulla trasformato nella Cinecittà del Marocco. Rinunciamo alla visita delle scenografie impolverate delle Cla Studios e facciamo una veloce passeggiata all’interno dell’antica Kasbah di Taourit. Ancora tanta strada ci attende prima di arrivare al deserto.

Atlas Film Studio
Cla Studios
Taourirt Kasbah

La città lascia quindi spazio ai villaggi berberi che sprofondano dolcemente tra le verdi distese di palmeti. La natura è rigogliosa sull’altopiano tra i villaggi di Skoura, Kelaa des Mgouna e le loro antiche Kasbah in mattoni crudi. Qui, ogni anno a maggio, si tiene il Festival delle Rose, un evento importantissimo per questa piccola cittadina e al quale mi sarebbe piaciuto tanto partecipare. Cerco invano con il naso di sentire il profumo della regina dei fiori, ma non è stagione e mi accontento di comprare, in una piccola bottega, qualche bottiglietta di acqua alle rose. Pare sia un Elisir per qualsiasi malanno!

Polvere e meraviglia ci accompagnano di nuovo lungo il Fiume Todra fino a Tinerhir. Poco dopo Boumalne du Dades, l’ingresso alle gole del fiume, le pareti di roccia rosa si impennano e stritolano la via fino a farne un passaggio di pochi metri. La strada è invasa da venditori ambulanti e il fiume da ragazzini che fanno il bagno. Alcuni scalatori si stanno arrampicando come caprette. Una donna dalle mani dipinte con l’hennè si è “offerta” di farmi un tatuaggio. Non ho voglia di rimanere con le braccia alzate per mezz’ora con la paura di rovinarlo, quindi rifiuto. E’ primo pomeriggio ma comincia già a fare buio. Sarebbe stato meglio venire il mattino presto, come ci avevano consigliato. Forse la luce sarebbe stata migliore e forse ci sarebbe stata meno confusione.

Città tra le dune

Nel film Marrackech Express, Erfoud e Rissani erano gli ultimi avamposti prima del deserto di sassi e rocce scure. Una sosta in queste città gemelle, vivaci e polverose, è d’obbligo.

Per arrivare attraversiamo la Vallata dello Ziz e ci fermiamo a Meski, una piccola cittadina della provincia di Er – Rachidia. Qui si trova La Source Bleu, un oasi di acqua tiepida dove tanti bambini stanno sguazzando.

Una leggenda dice che quest’acqua sia un toccasana per la fertilità. Mi appare come un’ologramma la mia ginecologa che mi grida: “Tuffati, doppio carpiato con avvitamento! Tuffati!!” e mi parla di orologio biologico, di ovaie e follicoli e del tempo che passa. “Ehm no…doc…come se avessi accettato!”

A Rissani si trova forse uno dei più autentici mercati tradizionali di tutto il Marocco, una roba poco turistica, per chi ha lo stomaco forte, soprattutto per quanto riguarda la parte del Suq destinata alla vendita e all’acquisto degli animali. Vitellini e mucche magrissime e dagli occhi rassegnati legati alle colonne, pecore tirate su dalle zampe e caricate su carriole il cui belato straziante mi penetra nel cervello e si fa risentire come un’eco per ore. Provo una forte stretta allo stomaco, giro i tacchi ed esco immediatamente.

Mercato di Rissani
Mercato di Rissani

Facciamo un salto al parcheggio degli asini e poi compro qualche secchio di datteri per la mamma che ne va matta – e che sono i più grandi che io abbia mai visto –  qualche spezia e faccio scorta di profumi solidi all’ambra.

All’ora di pranzo il nostro amico berbero ci propone la visita al forno di Rissani per assaggiare la sua famosa pizza. Quando sento la parola pizza, dopo diversi giorni in cui ho mangiato solo Tajine di verdure, mi si illuminano gli occhi. Purtroppo, la pizza berbera non ha nulla a che vedere con la nostra pizza. Si tratta, infatti, di una sorta di focaccia ripiena di carne, verdure e spezie, dall’odore molto forte di cumino e coriandolo. Ne assaggio un po’ ma il sapore è troppo forte per i miei gusti. Il nostro amico, invece, se ne fa confezionare uno stampo e lo carica in auto. L’odore che si sprigiona nell’abitacolo, agevolato dai 40° gradi di un torrido agosto, è insopportabile.

Rissani

Che si mangia allora? Ci fermiamo al Restaurant Oasis Tafilalet, un locale molto carino e dall’atmosfera rilassata dove ordiniamo…una Tajine, neanche a dirlo! A base di uova e peperoni, però, questa volta. Siamo soli nel locale e dalle finestre spalancate entra una leggera brezza che ci ristora. Pranziamo con calma, godendo di questo momento e pregustandoci il deserto che è ormai vicino.

Tajine

Erfoud, invece, è una piccola città dalle case rosse famosa per i suoi marmi di fossili marini. Prima di partire avevo letto che il commercio intensivo di questo prodotto rischiava di mettere a dura prova questo inestimabile patrimonio. Mi ero promessa di non comprare nulla, anche se il WC tempestato di ammoniti ci sarebbe benissimo nel mio bagno. Non ho resistito ed ho comprato un piccolo portasapone, pensando, erroneamente, che con il mio gesto potessi risollevare l’economia marocchina. Durante il volo di ritorno si è spezzato in due. Lo chiamano Karma. Ne farò tesoro.

Macro Fossiles Kasbah

Merzouga e le sabbie sahariane dell’Erg Chebbi

Ora il deserto fa finalmente sul serio: l’Erg Chebbi, al confine con l’Algeria, con le sue dune dai mille colori è un bellissimo anticipo di Sahara. Il sole sta tramontando. Il caldo non è più così asfissiante. Lasciamo le nostre cose in Riad a Merzouga, ci facciamo una doccia, ci beviamo una birra (si, siamo riusciti a trovare birra nel deserto marocchino, se ve lo state chiedendo) e partiamo per un’escursione privata con il dromedario che ci porterà al campo dove passeremo la notte.

Riad Madu

Ed eccolo il silenzio assordante del deserto. Gli unici rumori che sentiamo sono i passi dei nostri amici a quattro zampe attutiti dalla sabbia ancora calda e il fruscio del lungo abito blu cobalto del beduino che ci sta accompagna. Non ho neanche voglia di fare fotografie. Non ho voglia di stare a settare la macchina, tanto non ho il flash e con questa luce le foto saranno pessime. Voglio solo vivermi il momento e trovare pace ad ogni respiro.

Era tanto che aspettavo questo momento. Deserto, quanto mi sei mancato! Quelli che dicono che il deserto non dice nulla non hanno capito nulla! Perché solo in apparenza nel deserto non c’è nulla da vedere o da sentire. Solo in apparenza il deserto è silenzioso, perché il deserto non urla ma sussurra nelle orecchie, basta saperlo ascoltare.

Merzouga
Merzouga
Sahara Camp, Merzouga

Passiamo la notte seduti attorno al fuoco, mangiando una Tajine, ovviamente, bevendo vino marocchino a ritmo di Tabl, il tipico tamburo berbero che suona musica tradizionale e che ti fa sobbalzare il cuore.

Io non ho voglia di andare a dormire in tenda. La temperatura si è abbassata e grossi insetti si intrufolano ovunque. Prendiamo un cuscino, voglio rimanere qui e dormire sotto questa coperta di stelle. Le stelle più belle e più grandi che io abbia mai visto. E domattina farmi svegliare dai primi raggi del sole. Come potrei essere più felice?

Alba nel deserto

 

 

 

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